In queste poche pagine di "Un altro giro di giostra", capolavoro del maestro Tiziano Terzani, c'è un po' del mio desiderio di intraprendere un viaggio in India e, più nello specifico, a Benares, conosciuta ai più come Varanasi, la città più sacra al mondo. Qui di seguito la prima parte.

Buona lettura...

COLUI CHE È PASSATO DA QUI (PARTE 1)

VIAGGIARE. Il piacere di una vita. Un desiderio d'adolescente diventato un mestiere, un modo di essere. Sempre lo stesso, eppure sempre diverso: prepararsi a partire, andare, scriverne. Ma il senso di tu tutto questo? Sinceramente, non m'ero mai fermato a chiederlo.

Ora, seduto sulla terrazza del Ganges View Hotel a Benares, a guardare l'eterno scorrere del fiume più sacro al mondo e quello, qui ugualmente ineffabile, dell'umanità più antica, quel senso m'era chiaro. La ragione di tutto quel muovermi, di quell'andare continuamente fuori in cerca di qualcosa era semplice: io non avevo niente dentro di me. Ero vuoto. Vuoto come è vuota una spugna, pronta però a riempirsi di quello in cui è tuffata. La metti nell'acqua e d'acqua s'imbeve, la inzuppi nell'aceto e diventa acida. Non avessi viaggiato non avrei mai avuto niente da dire, da raccontare; niente su cui riflettere.

Viaggiare mi esaltava, mi ricaricava, mi dava da pensare, mi faceva vivere. L'arrivo in un paese nuovo, in un posto lontano era ogni volta una fiammata, un innamoramento; mi riempiva di emozioni. Ricordo, come fosse ieri, il mio primo varcare una frontiera, a quindici anni, quando andai in Svizzera a fare lo sguattero, anni dopo l'attraversare da solo in macchina il Sud Africa, e poi il primo giorno a Saigon, la visita di Angkor Vat, l'arrivo a Samarcanda, a Kashgar, e a cavallo a Lo Mantang, la capitale del regno del Mustang. Ogni volta la sensazione di una scoperta.

E ora continuavo? In questo la chemio e la radioterapia non mi avevano <>. Anzi, mi spingevano a ripetermi. Prima andavo in cerca di avventure e di idee, ora cercavo un medico, un'erba, una formula magica, un miracolo, una soluzione per il mio malanno. Ma allo stesso modo di sempre: fuori, a giro nel mondo. È così che l’uomo ha sempre fatto, mi dicevo. Ha sperato che lontano da sé, in un altro posto o in un altro tempo, ci fosse la chiave che apriva la porta di tutti i segreti. Si trovava solo di trovarla, nascosta magari in una caverna, nel sarcofago di un faraone, sepolta nella sabbia del deserto o fra le rovine di Atlantide negli abissi più profondi dell’oceano.

E ogni tanto qualcuno, a rischio di tutto, si è messo in cammino a cercare. Per questo in ogni civiltà c'è il mito del viaggiatore-eroe; il figlio degli dei che si perde e torna, prodigo, dopo un lungo peregrinare; Gilgamesh, il re sumero che viaggia e viaggia per non morire; Ulisse determinato ad andare oltre le colonne d Ercole, il limite ultimo del mondo conosciuto.

Il viaggio poi è sempre stato considerato un mezzo di crescita spirituale, come se muovere il corpo contribuisse a elevare l’anima. In India si dice dei sadhu, i santi mendicanti, che debbono essere come l'acqua: muoversi in continuazione, altrimenti stagnano.

Ma ora? Già a Kakinada m’ero chiesto se, continuando a viaggiare, non finivo per scoprire sempre di meno. Ogni tanto avevo l’impressione che la vecchia emozione dell’andare cominciasse a risuonare fioca come un vaso cinese andato a pezzi e rimesso insieme con la colla. E poi fin dove dovevo andare? Ogni angolo del mondo aveva una sua promessa. Dovevo andare indietro nel tempo delle mie vite precedenti come suggeriva la <<terapia regressiva>> del dottor Brian Weiss secondo il quale un malanno come il mio di oggi ha le sue radici in qualche trauma subito secoli fa? O dovevo fare un <<viaggio astrale>>, tipo quelli che avevo sperimentato con Nica? Questo però per raggiungere un posto di cui avevo letto in un altro libro new age. Attraverso dei guaritori brasiliani si fissa un appuntamento con l’Ospedale Astrale, un’area psichica in cui si riuniscono i grandi medici e i genitori di tutte le tradizioni e di tutte le epoche per elaborare li, tutti insieme, una  <<terapia personalizzata a base di colori, profumi, suoni e raggi laser>> in grado di curare le malattie di ognugno.

Forse ero solo stanco, ma il pensiero che fosse venuto anche per me il momento di fermarmi non era più così ripugnante. Ero arrivato al Ganges View Hotels per riposarmi di un ennesimo viaggio e affidarmi alle cure del premuroso proprietario Shashank che, dopo essersi occupato ogni mattina all’alba del suo Dio Hunuman, il Re delle Scimmie, nel tempietto ai piedi della terrazza, si dedicava per il resto della giornata con altrettanta devozione ai suoi ospiti offrendo loro la sua colta conversazione, semplicissimi ma puliti pasti vegetariani, consigli e concerti serali di sitar.

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Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani

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