In queste poche pagine di "Un altro giro di giostra", capolavoro del maestro Tiziano Terzani, c'è un po' del mio desiderio di intraprendere un viaggio in India e, più nello specifico, a Benares, conosciuta ai più come Varanasi, la città più sacra al mondo. Qui di seguito la seconda parte.

Buona lettura...

COLUI CHE È PASSATO DA QUI (PARTE  2)

[...segue da Allora vai, viaggia, Rohita! (Parte 1) »]

Ne avevo bisogno. Questa volta venivo sullo Stato del Bihar, uno dei più belli, ma anche uno dei più sudici e disperanti dell’India; una terra dove un tempo erano fiorite ricche repubbliche e grandi imperi governati da saggi, diventata ora una delle regioni più povere, la più banditesca e violenta del paese. Il Bihar è anche stato la culla del buddhismo e per questo e ero andato.

Avevo visitato Rajgir dove, sulla Collina degli Avvoltoi, ci sono ancora le caverne in cui Buddha e Ananda, il suo discepolo preferito e cugino, si ritiravano a meditare; ero stato sulle rovine di Nalanda, la grande, famosa università buddhista, santuario della vita interiore di un'epoca, da dove fra il IV secolo e ii XIII secolo dopo Cristo erano passate le più grandi menti filosofiche d'Asia finché gli invasori musulmani la rasero al suolo, massacrarono i diecimila maestri e studenti spingendo il buddhismo a trovare rifugio oltre la catena dell'Himalaya in Tibet, in Cina e poi in Giappone.

Ero poi stato a Bodhgaya, dove sotto il Ficus religiosa, l 'albero che ancora oggi esiste, ributto di un ributto dell'originale, Buddha raggiunse l'illuminazione e da lì avevo fatto la strada per Benares con un autista che s'era però rifiutato di partire prima dell'alba per paura dei briganti che, diceva, col buio fermavano e derubavano le macchine.

Ero voluto andare sui luoghi storici del buddhismo per sentirne lo spiritus loci, per vedere coi miei occhi quella minuscola parte di mondo - praticamente solo una pianura circondata da sette colli -, dove 2500 anni fa è nata una leggenda che, come quella di Mosè prima, quella di Gesù e Maometto dopo, ha determinato il corso della storia umana.

Una dopo l'altra avevo voluto ripercorrere le tappe del cammino di Buddha perché anche il suo - mi diventava sempre più chiaro - e sostanzialmente il mito di un viaggio. Un viaggio che parte da ciò che l’uomo ha di più fisico e materiale, il corpo, per arrivare a ciò che ha di più spirituale: nel caso di Buddha il vuoto della mente, il <<nulla>> del Nirvana. E il mito, siccome comunica quel che inconsciamente tutti sentiamo vero dentro di noi, continua ad avere la sua forza.

Gautama Siddhartha era un principe. Era giovane, ricco e felice. Era sposato a una bella donna e quella aveva dato alla luce un figlio maschio. Suo padre era il sovrano del piccolo regno dei Sakya e a lui sarebbe toccato succedergli. Ma un giorno, uscendo dalle porte della città dove era cresciuto fino allora protetto da tutto, s'imbatté in un malato, in un vecchio e in un morto e si rese conto che il corpo umano - anche il suo - non era solo fonte di gioia, ma anche di dolore.

Quel pensiero non lo lasciò più. Quel pensiero lo spinse ad abbandonare moglie, figlio e regno, a cambiare completamente vita e a cercare, non solo per sé, ma per l'umanità, una via di uscita dalla sofferenza. All'inizio pensò che tutto fosse dovuto al corpo e provò a staccarsi da quello, non ascoltando le sue richieste di cibo, di acqua, di coperte. Per sei anni visse da eremita nella foresta mangiando solo un chicco di riso o di sesamo al giorno. Ma essendo diventato quel macabro e commovente scheletro rappresentato in alcune delle più belle statue del Gandhara, incapace ormai di stare in piedi e d'essere cosciente, capì che non curarsi del corpo significava non curarsi della mente e che questo gli impediva di meditare. Allora decise di recuperare la sua salute.

Vivendo di quel che la gente gli offriva continuò, in silenzio, a cercare e un giorno andò a sedersi sotto l'albero diventato poi l'albero della bodhi, l'illuminazione, deciso a non alzarsi finché non avesse trovato la risposta. Varie furono le tentazioni* (* Oltre a quelle ovvie dei sensi, ne ebbe anche una che mi piace chiamare <<la tentazione della politica>>: il nemico di Buddha, Mara, il diavolo per intenderci, prese le forme di un messaggero che disse di venire da parte della sua famiglia a implorarlo di tornare a casa. Il trono era stato usurpato, suo padre messo in prigione, i suoi beni, sua moglie e suo figlio erano diventati proprietà degli usurpatori. Solo lui, Buddha, poteva intervenire per portare la giustizia e la pace) cui dovette resistere, ma lui prevalse su tutte, compresa per ultima l'apparizione di tre bellissime danzatrici che cercarono di sedurlo.

All'alba aveva vinto. <<Ora so tutto quel che c'è da sapere, ho tutto quel che c'è da avere. Non ho bisogno di nient'altro>>, disse. Era solo e dovette prendere la terra a testimone della sua <<Illuminazione>>.

Per sette settimane il principe, diventato ora Buddha, l'Illuminato, o il Risvegliato, rimase attorno all'albero a cui doveva così tanto, poi si spostò a Samath, alla periferia di Benares e lì, per la prima volta, davanti a cinque discepoli, mise in moto la Ruota della Legge. Cominciò a insegnare che, fra il cieco perseguimento dei piaceri del corpo e l'ascetico rifiuto del corpo e di tutto il resto, c'è una Via di Mezzo, una via che porta al distacco dalle passioni, alla pace interiore e con ciò fuori dalla sofferenza: la via del dharma, il giusto modo di vedere, parlare, comportarsi, sforzarsi, vivere, avere aspirazioni, essere coscienti e meditare.

Quel che esattamente era stata per Buddha l'illuminazione rimase un mistero. Lui non ne parlò mai con precisione. Non sempre le parole aiutano a capire, diceva. Ognuno doveva fare quell’esperienza per conto suo. Lui aveva indicato la via da seguire. Agli altri percorrerla.

Da tutte le storie che il mito ci ha tramandato, Buddha viene fuori come un uomo di buon senso, contrario al credere fideistico, all'occulto, ai dogmi. A un discepolo che lo tempestava di domande intellettuali e che era tornato alla carica chiedendogli se l'anima già esiste prima della nascita, Buddha rispose con la storia del soldato trafitto dalle frecce che viene portato d'urgenza dal cerusico perché gliele tolga e lo salvi, ma lui insiste a voler sapere prima chi lo ha ferito e con quale intenzione l'ha fatto. Con questo aneddoto Buddha vuole spiegare all'allievo che la sua domanda è irrilevante perché, qualunque sia la risposta, quel che conta è capire il significato del nascere, dell'invecchiare, del morire e del soffrire. A Buddha non piacevano le definizioni. Sapeva che potevano essere trappole, come le parole. Una volta i discepoli gli chiesero se, quando fosse morto, lui ci sarebbe stato ancora. E la risposta fu:
<<Se dico di sì, do adito a una confusione, se dico di no a un'altra. Dopo la morte Tathagata sarà senza confini come l'oceano>>

Tathagata era il modo con cui lui parlava di sé e il nome con cui voleva essere chiamato. Significa <<Colui che è passato da qui>>. Con questo voleva sottolineare di non essere nessuno di particolare, di non essere né il primo né l'ultimo Illuminato, di non essere dio, ma solo un uomo come gli altri, uno che è passato da qui, da dove possono passare tutti quelli che lo seguono sulla Via.

Morì a ottant'anni, avvelenato dal cibo che gli aveva offerto con sincera devozione un intoccabile. Una versione vuole fosse un piatto di funghi, un'altra della carne di maiale. Le sue ultimissime parole, rivolte ai discepoli, furono: <<Tutto ciò che esiste decade e marcisce. Allora lavorate diligentemente alla vostra salvezza>>.

Nei seco,li secoli che seguirono la dottrina dell'Illuminato si propagò attraverso l’India. Vari re si convertirono con tutti i loro sudditi, e si converti il grande imperatore Ashoka che portò la dottrina del dharma fino nell’isola di Ceylon da dove poi si diffuse nel Sudest asiatico.

Il buddhismo con la sua negazione dei riti, col suo rifiuto delle caste e l'introduzione del concetto di compassione, estraneo all'induismo, rappresentò in India una vera e propria rivoluzione, la sola, forse, che il paese abbia conosciuto nella sua lunga stona. Ma in quanto rivoluzione, pur essendo di natura spirituale, in pratica era una rivoluzione contro il potere religioso, e con ciò il potere politico dei bramini, la casta più alta nell'ordine sociale indiano. La loro reazione fu lenta e solo attorno all'VIII secolo dopo Cristo i bramini, grazie a Shankaracharia, un personaggio santo e studioso, grande commentatore dei Veda, vissuto proprio a Benares, riuscirono a coordinare una controffensiva ideologica e a indebolire la presa del buddhismo sulla popolazione delle caste inferiori. I musulmani fecero il resto. Alla fine del XIII secolo la dottrina dell'Illuminato era praticamente morta nel paese in cui era nata. E così è rimasta fino a oggi.

Buddha è entrato a far parte dell'immenso pantheon induista, il buddhismo è ufficialmente rispettato, concetti buddhisti, come quello di dharma, che avevano comunque origini indù, sono radicati nella comune visione della gente, ma gli indiani hanno praticamente dimenticato che Gautama Siddhartha era uno di loro e io mi ero divertito a chiedere ai tanti venditori di ricordini a Bodhgaya come mai il Buddha delle loro statuette per turisti aveva gli occhi a mandorla. Buddha è ormai cinese, giapponese, tibetano, indocinese, thailandese, mongolo, ma non più indiano. Specie in India.

[continua...]

Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani

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