L'INDIA

RITORNO ALLE FONTI  (PARTE 2)

Anche gli indiani si sentono liberi. Non liberi dalla tela di ragno dell'esistenza cosmica in cui tutti siamo presi, ma liberi di pensare. Dopo essere vissuto per anni in Cina, dove sembrava che ognuno temesse ancora il supplizio dei mille tagli come punizione per avere avuto un pensiero suo, la libertà di testa di cui gli indiani godevano era un sollievo. Per loro è quasi sempre stato così. In tutta la loro storia nessuno è mai stato messo al rogo per le sue idee. A nessuno è mai stato impedito di riflettere su quello che gli pareva. Gli indiani non hanno mai avuto tabù, non hanno mai sentito alcun limite al loro arrovellarsi in cerca di conoscenza. Questo perché sin dall'antichità il vero potere non era mai considerato quello temporale dei re o dei guerrieri, ma quello dei sapienti. In nessun'altra cultura, come in quella indiana, abbondano le storie di saggi ed eremiti che i re vanno umilmente a trovare nella foresta per rendere loro omaggio o per chiedere loro consiglio. I re potevano essere ricchi e potenti, ma i saggi <<vedevano>> (da qui la parola <<rishi >>), vedevano al di là delle apparenze e questa loro conoscenza era considerata più importante di ogni ricchezza e di ogni potere.

I rishi, personaggi mitici ma anche storici — di alcuni si conoscono i nomi — , non si interessavano tanto al mondo che avevano attorno, quanto all'essere. E l'essere lo studiavano attraverso se stessi, non in quanto corpo, ma in quanto mente. Quella, la mente, era il loro laboratorio di ricerca, il luogo di tutti i loro esperimenti. Della mente cercarono di capire il funzionamento, le proprietà, e con ciò il modo di controllarla. Rifletterono sui diversi stati della mente a seconda che l'io sia sveglio, sia addormentato o sogni chiedendosi ad esempio quale sia la differenza fra una tigre incontrata nella foresta e una tigre sognata, visto che tutte e due mettono paura e fan sobbalzare il cuore.

Ramakrishna, il grande mistico indiano, lui stesso considerato un rishi moderno, raccontava la storia del taglialegna che sta sognando di essere un re quando viene svegliato dall'amico. Si arrabbia.

<<Stavo seduto su un trono. Mi occupavo degli affari di Stato; i miei sette figli, esperti di guerra e delle arti, erano al mio fianco; e tu vieni a disturbarmi!>>
<<Ma era solo un sogno>>, dice l'amico.
<<Tu non capisci>>, ribatte il boscaiolo. <<Essere un re in sogno è vero quanto essere un boscaiolo da sveglio. >>

In Cina dicevano la stessa cosa con la vecchia storia del monaco che, essendosi visto nel sonno come una farfalla, una volta sveglio non sa più se è un monaco che ha sognato di essere una farfalla, o una farfalla che sta sognando di essere un monaco.
Dallo studio della mente i rishi erano passati a chiedersi che cosa ci stava dietro, che cosa la sosteneva, e avanti, avanti fino a cercare qualcosa che legasse, che sostenesse il tutto, dando senso e significato alla vita.

Altri popoli hanno avuto per obbiettivo il conquistare, l’arricchirsi, il navigare, lo scoprire. Per gli indiani che negli ultimi duemila anni non hanno invaso nessun paese, ne conquistato terre altrui, l'obbiettivo è sempre stato la conoscenza. E non la conoscenza del mondo, ma la conoscenza di sé. Conoscere quello vuole dire conoscere tutto perché il fondo di quel sé, secondo loro è ciò che resta immutabile nell'eterno mutare di tutto.

Per questo la storia non li ha mai interessati. Non l'hanno mai scritta; non ci hanno mai riflettuto molto sopra. Per loro quel succedersi di fatti è come sabbia sollevata da folate di vento: mutevole e irrilevante. E proprio perché considerano il mondo che noi chiamiamo reale molto simile a quello del sogno, non si sono mai particolarmente preoccupati di cambiarlo o di migliorarlo. Quel mondo è una realtà parziale, per cui anche la sua conoscenza non può essere che parziale. A loro invece interessa la conoscenza della totalità. Quella è il bene supremo. E su quella hanno riflettuto a non finire.

Sono per questo diventati dei grandi filosofi? Non nel nostro senso. In tutta la lunghissima storia del pensiero indiano non c’è un Aristotele, un Platone, un Kant o un Hegel. E questo perché la filosofia, nel vero senso di <<amore del sapere>>, non è mai stata in India un'attività intesa a costruire astratti sistemi di valori, ma piuttosto intesa a dare sostegno e direzione alla vita.

Penso alla mia esperienza con la filosofia. L'ho studiata per tre anni al liceo. Ero anche bravo, prendevo ottimi voti, ma solo ora mi rendo conto di come non capissi assolutamente nulla. Era un esercizio intellettuale, una <<materia>>come la fisica, le scienze naturali, qualcosa da imparare per far bella figura alle interrogazioni, per passare agli esami, una roba fine a se stessa.  Nessuno di quei bravi professori che mi facevano lezione di filosofia, come fosse un susseguirsi di idee —  una che negava l’altra — , riuscì a fanni capire che quella <<roba>> aveva a che fare con la mia vita.

In India tutti sembrano saperlo. La filosofia qui non è una forma di ginnastica, non è il monopolio dei colti, non è riservata alle accademie, alle scuole, ai <<filosofi>>. La filosofia in India è parte della vita, è il filo di Arianna con cui uscire dal labirinto dell'ignoranza. La filosofia è la religione grazie alla quale gli indiani contano di raggiungere la salvezza che nel loro caso è conoscenza. Non la conoscenza <<utile>>, quella per manipolare, possedere, cambiare, dominare il mondo (la scienza non è mai stata il loro punto forte); bensì, come dicono i testi sacri, <<quella conoscenza che una volta conosciuta non lascia più niente da conoscere>>: la conoscenza di sé.

A noi occidentali tutto questo ormai suona strano e forse superato. Per noi, la sola conoscenza che conta e che si aspetta e quella <<utile>>, quella applicabile, quella che serve a trovare un lavoro o a procurarsi un piacere. Noi non ci chiediamo più chi siamo e guardiamo a noi stessi e agli altri in termini puramente utilitaristici.

Agli inizi degli anni Trenta un avventuroso inglese di nome Paul Brunton fece un lungo viaggio in India sulle tracce della sua sapienza che lui vedeva minacciata dall'irresistibile avanzare della mentalità occidentale. Uno dei bei personaggi che Brunton incontra è un vecchio yogi che nel corso della conversazione gli dice: <<Solo quando i sapienti occidentali rinunceranno a inventare macchine che corrono più svelte di quelle che già avete e cominceranno invece a guardare dentro di sé, la vostra razza scoprirà un po' di vera felicità. Lei non crederà che il poter viaggiare sempre più velocemente renda la vostra gente più felice? >>

Sono passati più di settant'anni. Molti indiani son capaci ancora oggi di porci quella stessa domanda. Ma noi ce la siamo mai posta?

Pare proprio di no, visto che il correre sempre più velocemente è diventato il nostro modo di essere. Tutto è ormai una corsa. Si vive senza più fare attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, rimandando al poi quel che si vorrebbe davvero. Sul <<poi>>, non sull' <<ora>>, si concentra l'attenzione. Nelle città in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa più felici sono migliaia e, se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.

Da ragazzo ho conosciuto uomini che avevano tempo. Erano i pastori dell'Orsigna nell'Appennino toscano, dove andavo in vacanza. Stavano per ore con un filo d'erba in bocca, distesi su un prato in cima a un monte a guardare da lontano il loro gregge e a riflettere, a sognare, a formulare dei versi che a volte scolpivano nelle pietre delle fonti o cantavano la domenica nelle gare di poesia attorno a una damigiana di vino. In India tutti hanno tempo e spesso hanno anche una qualche semplice riflessione da spartire con chi passa, come l'uomo che su una strada di campagna ha un misero baracchino per fare il tè. Te lo porge in una ciotola di terracotta e ti insegna a scaraventarla poi al suolo facendoti notare che torna a essere parte della terra ... con cui si faranno nuove ciotole. Come succede anche con noi.

Gli antichi greci, incontrando gli indiani nei bazar dell’Asia Minore, rimasero colpiti da questa loro inclinazione a riflettere e dicevano: «Non sono mercanti. Sono filosofi». Perché il saggio in India oggi, come secoli fa, non è necessariamente un bramino a capo di un tempio o il pandit che conosce a memoria i Veda può essere chiunque.

Alcuni dei più grandi saggi — o << santi>>, o rishi — degli ultimi centocinquanta’anni sono stati personaggi di origini semplicissime o e autodidatti. Nisargadatta Maharaj,(l'essenza del suo pensiero è raccolta in due libri, uno intitolato Io sono quello e l'altro, basato su conversazioni con un suo allievo, The Ultimate Medicine) morto solo recentemente, rispettatissimo, era un venditore di sigarette, uno di quelli che in un cubicolo di legno su un marciapiede arrotolano il tabacco in speciali foglie facendo quei sigarini che gli indiani chiamano bidi-bidi. Ramakrishna, il grande rishi dell'Ottocento di cui scrissero personaggi come Max Miiller e Romain Rolland, era nata contadino, così come un secolo dopo Ramana Maharishi, l’uomo che considerava il silenzio uno dei più efficaci modi di comunicare. Con quel suo silenzio, Ramana cambiò la vita a migliaia e migliaia di persone. E la sua influenza continua ancora oggi.

Un altro grande <<semplice>> era Kabir, uno dei più amati poeti dell'India, anche lui un rishi, vissuto nel XVI secolo a Benares dove faceva il tessitore. Fra i suoi discepoli aveva ricchi e potenti personaggi del suo tempo. Alcuni gli offrirono di smettere di lavorare e di non andare più al mercato a vendere le sue stoffe, ma Kabir si rifiutò. <<Tessere è il mio modo di pregare>>, diceva.
Quando Kabir morì, indù e musulmani si contesero il diritto di fargli un funerale secondo la propria tradizione. Ma lui aveva lasciato detto: <<Copritemi con un velo e la decisione sarà lì>>. Così fecero. E quando alzarono il velo, il cadavere era scomparso. Al posto di Kabir c'era un cumulo di fiori e alle due comunità non rimase che dividersi quelli.

Anch'io a Delhi avevo il mio saggio personale. Anche lui era uomo del bazar: il gioielliere di Sundar Nagar nel suo negozio all'antica, sempre in penombra, coi ritratti degli antenati e degli dei ai muri e l’aria sempre magnificamente segnata da un filo profumatissimo d'incenso. Quel vecchio era la sola persona con cui potevo parlare di come stavo e di quel che mi passava per la testa senza suscitare commiserazione. Il modo con cui aveva reagito quando per la prima volta gli avevo accennato al mio malanno era stato delicatissimo e la sua storia del musulmano che, buttato fuori dalla moschea, rotola giù lungo la scalinata, ma a ogni colpo che batte pensa a Dio, e alla fme è dispiaciuto d'essere arrivato in fondo, mi aveva molto colpito.

Ogni tanto passavo a trovarlo. Una mattina arrivai nel momento in cui dal suo negozio stava pomposamente uscendo la moglie di un ambasciatore europeo, con la macchina targata << 01 >>, l’autista in livrea con le mostrine del colore della bandiera del suo paese. Mi venne da dire una delle mie solite cattiverie sulla malriposta arroganza di certi ftmzionari dello Stato e delle loro consorti che, invece di usare di sé per rappresentare i loro paesi, usano i loro paesi per rappresentare se stessi. Il gioielliere non commentò. Mi chiese solo se conoscevo la storia del dio Indra e col tono di chi racconta una favola comincià...

Indra su incarico degli altri dei aveva ammazzato il drago gigante che nel suo ventre teneva imprigionate le acque del mondo. Così facendo Indra aveva ridato vita alla terra e felicità agli uomini, ma, fiero di essere riuscito in quell'impresa, si era montato la testa e aveva chiesto all'architetto, dio delle arti, di costruirgli un grande palazzo adatto a un eroe. L'architetto gliene fece uno bellissimo, ma Indra voleva sempre più stanze e più giardini. L'architetto andò da Brahma a lamentarsi. Questi ne parlò con Vishnu il quale decise di intervenire. Nelle spoglie di un bambino si presentò alle porte della città di Indra e chiese di essere ricevuto dal re. Indra dapprima rise dell'impertinenza di questo piccolo questuante ma alla fine lo fece venire e dall'alto del suo scanno gli chiese cosa voleva. Il bambino avvicinandosi si mise a ridere perché dietro di lui era comparso un esercito di formiche che stava invadendo la sala del trono.
<<E quelle chi sono?>> chiese Indra, preoccupato.
<<Quelle?>>rispose il bambino. << Quelle sono tutte state Indra nelle loro vite precedenti.>>
Indra capì. . . .

E capii anch'io:  lui, il gioielliere, era il vero diplomatico.

Un'altra volta avevamo cominciato a parlare di figli. Anche lui ne aveva due e io gli avevo chiesto che cosa potevamo ancora dare loro. <<Dare? Dia loro tutto quello che ha. Ne hanno più bisogno di lei. Alla nostra età dobbiamo coltivare ciò che non muore. Il resto, via! Conosce la storia di Guru Nanak? >>

Sapevo che Guru Nanak è il grande santo dei sikh. Ma quale storia?

<<Guru Nanak era sempre in viaggio... >> attaccò il gioielliere. Un giorno arriva in un villaggio. Vede una bella casa con tante bandiere colorate che sventolano all'ingresso. Gli dicono che lì sta l'uomo più ricco del paese, un prestasoldi. Ogni volta che mette da parte un'altra cassa piena di monete, alza una nuova bandiera e fa una festa. Guru Nanak va alla casa e chiede se possono dare qualcosa da mangiare anche a lui. Il padrone, riconoscendolo come un sant'uomo, gli fa portare cibo e bevande.
Quando ha finito, Guru Nanak chiede al prestasoldi se gli può fare un favore
<<Certo>>, dice quello, felice di fare un'opera buona e con ciò acquistare dei meriti sul suo karma. <<Farò quel che volete. >>
Guru Nanak dalla sua saccoccia tira fuori uno spillo di ferro tutto arrugginito: <<Tienimelo in deposito. Me lo restituirai quando ci rincontreremo nella prossima vita>>. <<Lo prometto>>, dice il prestasoldi. <<E non vi faccio nemmeno pagare. >>
Guru Nanak si rimette in cammino e l'uomo va dalla moglie a raccontarle la storia
<<Cretino>>, dice quella. <<Come credi di poter mantenere la tua promessa? Quando muori, non potrai portarti dietro nulla, neppure quello spillo! >>
L'uomo capisce. Corre dietro al sant'uomo si butta ai suoi piedi e gli chiede di poterlo seguire come suo discepolo. Il gioielliere godeva come me delle sue storie e alla fme di questa, come se parlasse a sé, continuò: <<La morte ci toglie tutto. Se riuscissimo ad alleggerirci prima ci sentiremmo più liberi >>.

Già! Perché aspettare l'ultimo momento per fare un po’ di piazza pulita, per buttare a mare la zavorra di cose ed emozioni che ci portiamo dietro. Meglio farlo ora, coscientemente, quando se ne hanno ancora le forze. Questa sì che sarebbe una liberazione!

<<Certo>>, disse il gioielliere. <<La morte arriverà. Perché farsi sorprendere? Se non è al mercato è a Samarcanda. Conosce la storia?>>

Quella la conoscevo. L'avevo riletta da poco in Robert Musil. È una vecchia storia dell'Asia Centrale, ma feci finta di non saperla per farmela riraccontare da lui.

Un giorno il Califfo manda il suo Visir a sentire cosa dice la gente al bazar. Quello va e nella folla nota una donna magra e alta, avvolta in un gran mantello nero, che lo guarda fisso. Terrorizzato, il Visir scappa via. Corre dal Califfo e lo implora: <<Sire, aiutami! Al bazar ho visto la Morte. È venuta per me. Lasciami partire, ti prego. Dammi il tuo migliore cavallo. Con quello, a tappe forzate, stasera sarò in salvo a Samarcanda>>.
Il Califfo acconsente e fa portare il suo cavallo più veloce. Il Visir balza in sella e galoppa via a spron battuto. Incuriosito, il Califfo va lui stesso al mercato. Nella folla vede la donna dal gran mantello nero e l'avvicina.
<<Perché hai fatto paura al mio Visir? >>le chiede.
<<Non gli ho neppure parlato>>, risponde la Morte. <<Ero solo sorpresa di vederlo qui, perché il nostro appuntamento è stasera a Samarcanda. >>

Queste erano le mie chiacchierate col gioielliere: il gioielliere indiano.

E dove, se non in India, si trova un dentista come il dottor Siddhartha (il nome di Buddha) Mehta del Khan Market? Per toglienni un dente mi fece un po' di anestesia, prese le tanaglie, mi avvertì che avrei sentito uno scricchiolio, si concentrò, tirò con forza e il dente venne via liscio. Riponendo le tanaglie sul tavolinetto, alzò lo sguardo al cielo.

<<Grazie>>, disse al suo dio. Poi, nvolto a me, aggiunse: <<Mi aiuta sempre, sa...>>

Un altro giro di Giostra, Tiziano Terzani

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