L'INDIA

RITORNO ALLE FONTI (PARTE 1)

CHI AMA I'India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l'amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato. Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si è disposti a tutto. Innamorati, ci si sente inebriati di libertà; si ha l'impressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che l'intero mondo ci abbracci. L'India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino.

Alcuni millenni fa i suoi saggi, i rishi, <<coloro che vedono>>, ebbero l'intuizione che la vita è una, e questa esperienza, rinnovata religiosamente di generazione in generazione, è il nocciolo del grande contributo dell'India all'incivilimento dell'uomo e allo sviluppo della sua coscienza. Ogni vita, la mia e quella di un albero, è parte di un tutto dalle mille forme che è la vita.

In India questo pensiero non ha più bisogno d'essere pensato. È ormai nel comune sentire della gente. E nell'aria che si respira. Il solo esserci induce una inconscia assonanza con quella ormai antica visione. Senza difficoltà si entra in sintonia con nuovi suoni, nuove dimensioni. In India si è diversi che altrove. Si provano altre emozioni. In India si pensano altri pensieri. Forse perché in India il tempo non è sentito come una linea retta, ma circolare, passato, presente e futuro non hanno qui il valore che hanno da noi; qui il progresso non è il fine delle azioni umane, visto che tutto si ripete e che l'avanzare è considerato una pura illusione.

Forse perché qui la realtà percepita dai sensi non è generalmente presa per vera —  non è la <<Realtà Ultima>> — , l'India infonde, anche in chi non crede in tutto questo, uno stato d'animo di distacco che rende il paese così particolare e la sua realtà, a volte proprio orribile, in fondo accettabile. Accettabile perché così è la vita: è tutto e il contrario di tutto, è stupenda e crudele. Perché la vita è anche la morte, e perche non c'è piacere senza dolore, non c'è felicità senza sofferenza.

In nessun altro posto al mondo la contrapposizionee degli opposti — bellezza e mostruosità, ricchezza, e povertà — è cosi drammatica, così sfacciata come in India. Ma e stata proprio questa visione dell'inevitabile dualità dell'esistenza che spinse i rishi a cercarne il significato recondito, che ancora ora oggi sembra agire come un catalizzatore spirituale in chi ci si avventura.
Basta metterci piede, in India, per provare questo mutamento. Innanzitutto ci si sente più in pace. Con se stessi e col mondo. Io in India non avevo più bisogno di <<rimedi >>per sentirmi in pari, per avere il mio, altrimenti instabile, caleidoscopio fisso su un colore piacevole. Il <<rimedio>> era tutto attorno. In niente di specifico, ma in ogni dettaglio.
<<L'India è una esperienza che ti accorcia la vita>>, mi disse Dieter Ludwig il giorno in cui, anni fa, arrivai a Delhi per piantarci definitivamente le mie tende. Poi aggiunse: <<Ma è anche un'esperienza che dà senso alla vita>>.

Dieter, un vecchio, carissimo amico fotografo, aveva organizzato una festa per darmi il benvenuto e presentarmi alcuni colleghi che già vivevano lì. A suo modo voleva mettermi in guardia, ma anche congratularsi con me per la scelta che avevo fatto di finire la mia carriera giornalistica in un posto come l'India in cui di solito le carriere incominciano. Dal suo barsati, un appartamento sul tetto con una terrazza piena di piante e rampicanti che Dieter accudiva e di cui parlava come fossero la sua famiglia, la cupola di una vecchia tomba Moghul stagliata contro il cielo turchese del tramonto era di una bellezza che sembrava fatta apposta per consolare la misera umanità che brulicava ai suoi piedi. C'eravamo conosciuti in Indocina durante la guerra e lui molto prima di me aveva deciso di mettersi in cerca del senso della vita a costo di accorciarsela.

Quando, dopo tanti mesi passati nella igienica sicurezza di New York, rimisi piede a Delhi e per prima cosa andai a salutarlo fra le sue piante, gli ricordai quella frase che allora mi aveva così colpito. Per me era ora più vera che mai.

Chemioterapizzato, operato e irradiato com’ero, dovevo fare ancora più attenzione di prima a non ammalarmi e ~attenermi alle vecchie regole di ogni prudente viaggiatore in India: mai bere l'acqua che non sia stata bollita (per cui mai bere quella che ti viene offerta); mai mangiare verdure crude e mai niente di fritto e rifritto in oli dall'incerta natura. Ero debole, vulnerabile. Ma se il corpo dovette stare attento a quelo che beveva e mangiava, lo spirito, o quella parte di noi che non bada a questo — forse perché sinutre d’altro — , mise le ali.

Tornare a Delhi dopo tutto quel tempo in America fu una gioia davvero struggente come il rincontrare l'oggetto di un amore. Venivo dal , mondo della benedetta ragione che spiega tutto, dal mondo dell'efficienza, dalla perfetta organizzazione, e mi ritrovavo in uno dove la ragione si ferma prestissimo per far posto all''assurdo e subito dopo alla follia; un mondo in cui tutto è precario, un mondo in cui la sola certezza è l'incertezza di tutto.

In India niente può essere dato per scontato: una linea telefonica è quasi sempre, muta (per questo, potendo, se ne hanno almeno due); l'elettricità manca per ore e ore; il fax si guasta in continuazione a causa degli sbalzi di tensione, e l'acqua può venire a scroscio nell orinatoio pubblico davanti a casa perché qualcuno si è portato via il rubinetto di plastica, e mancare così per giorni in tutti gli appartamenti. Ma in India ci si adatta, si accetta, e presto si entra in quella logica per cui niente è davvero drammatico, niente è terribilmente importante. In fondo tutto è già avvenuto in maniera simile tante altre volte prima e si sa che avverrà infinite volte dopo. L'India resta se stessa, e a suo modo questo è acquietante. L'India ti fa sentire semplicemente umano, naturalmente mortale; ti fa capire che sei una delle tante comparse in un grande, assurdo spettacolo di cui solo noi occidentali pensiamo di essere i registi e di poter decidere come va a finire.

Venivo da un edificio lussuoso nel centro di Manhattan, con portiere in livrea, lavanderia automatica e un uomo tutto fare, sempre a disposizione per rimettere in marcia qualunque cosa non funzionasse; e mi ritrovavo in un vecchio, scortecciato appartamento nel centro di Delhi nell'ingresso del quale una delle tante vacche che pascalavano pacificamente in mezzo al traffico delle strade aveva scelto di fare la sua stalla.

Anche qui, come a New York, c'erano i cani; ma non quelli di razza, ben tenuti, che vedevo a Centrai Park, ognuno al guinzaglio del suo padrone, ognuno con la sua medaglina, alcuni con nome, indirizzo e numero di telefono incisi sul collare. Qui erano branchi di bastardi magri e randagi. Di loro si occupava Bhim Davvarma, un mio vicino di casa, un uomo della mia eta, piccolo, caloroso, nipote del maharajah di Kuchlehar. Da bambmo era cresciuto in un palazzzo con centinaia di stanze e centinaia di elefanti. Ora, dal suo piccolo appartamento, andava ogni mattina col suo servo-cuoco a dar da mangiare ad alcune centinaia di cani a giro nel nostro quartiere: ogni mattina, col vento o con la pioggia, puntualissimo, a bordo di una vecchia automobile sulla quale ogni tanto caricava, per portarsela a casa, una bestia ferita o moribonda raccattata per strada.

Roberto Rossellini in un magistrale documentario sull'India ditanti anni fa aveva fatto vedere come nelle campagne uomini e bestie vivono gli uni accanto alle altre, in continua simbiosi. È ancora così persino nel centro della capitale: un costante, naturale rammentarsi che uomini, animali e piante sono tutti aspetti della stessa cosa, fasi diverse della stessa esistenza.

Anche con la differenza di fuso orario, la sveglia automatica che ho dentro di me mi fece alzare all'alba e così già la prima mattina tornai ai Lodhi Gardens, uno dei più bei parchi di Delhi, appena un chilometro da casa. Per anni ci avevo fatto delle lunghe, sudatissime corse, ora ci potevo solo camminare, ma era ugualmente bello. Tutto era ancora come lo avevo lasciato: gli avvoltoi appollaiati sulle cupole della piccola moschea abbandonata; i praticanti di yoga coi loro tappetini distesi sull'erba; quelli che in circolo, con le braccia per aria, si spanciavano dalle risate (un buon esercizio <<terapeutico>>, si dice, e comunque un modo per cominciare una giornata!) Centinaia di corvi, piccioni, pappagalli e scoiattoli si contendevano come sempre le croste di pane messe apposta per loro dai passanti sulle rovine delle tombe. E c'era sempre il vecchio, magro, con la barba bianca, che si aggirava per i prati a versare da un sacchettino di stoffa una mistura di farina e zucchero in certi buchi nella terra. Come prima che partissi, lui ogni giorno dava da mangiare alle formiche! Succede solo in India.

In ogni altra parte del mondo la gente reagisce alle formiche sterminandole: fuoco, DDT, acqua bollente sono i mezzi più usati. Ogni volta una ecatombe. In India invece la gente fa con le formiche quel che Lakshmana, uno degli eroi del Ramayana, fece con la cognata Sita per cercare di proteggerla quando un giorno dovette partire. Davanti alla porta della sua capanna tracciò per terra con la punta dell'arco una riga e le disse: <<Questa non la devi mai oltrepassare>>. Invece dell'arco, gli indiani usano oggigiorno un gessetto fatto di una combinazione di erbe con cui segnano la soglia di casa e fanno cerchi bianchi attorno alle gambe dei loro letti e delle dispense. Le formiche hanno orrore di quel gessetto e non oltrepassano mai la traccia che lascia. Il gessetto si chiama: la riga di Lakshmana.

Ogni cosa in India sembra riferirsi a un'altra. Di solito il riferimento è a un mito, a una leggenda, a una delle tantissime storie antiche di quel mondo di fantasia in cui gli indiani paiono essere molto più di casa che in quello di tutti i giorni. A volte il riferimento è semplicemente al buon senso. Se le formiche ci sono, perché ammazzarle? Non occorre pensare che siano la reincarnazione di un nonno o di uno zio. Basta rendersi conto che sono parte del creato come lo siamo noi. Allora, perché sterminarle? Anche questa è una importante dimensione dell'India.

L'idea che l'uomo sia superiore alle bestie e che per questo ha il diritto di sfruttarle e di ucciderle a piacimento in India è semplicemente inconcepibile. La natura non è lì perché l'uomo ne faccia quel che vuole. Niente è suo. E se l'uomo si serve di quel che c'è, deve dare qualcosa in cambio: almeno un ringraziamento agli dei che l'hanno creato. E poi, l'uomo stesso è parte della natura. La sua esistenza dipende dalla natura e l'indiano sa che <<la rana non beve l'acqua dello stagno in cui vive>>.

In qualche modo anche noi in Occidente cominciamo a renderci conto che qualcosa non funziona nel nostro modo di comportarci con la natura. A volte abbiamo persino l’impressione che la nostra vantata civiltà, tutta fondata sulla ragione, sulla scienza e sul dominio di ciò che ci circonda, ci abbia portati in un vicolo cieco, ma tutto sommato pensiamo ancora che proprio la ragione e la scienza ci aiuteranno a uscirne. Così continuiamo imperterriti a tagliare foreste, inquinare fiumi, seccare laghi, spopolare oceani, allevare e massacrare ogni sorta di animali perché questo —  ci dicono gli scienziati economisti —  produce benessere. E col miraggio che più benessere vuol dire più felicità, investiamo tutte le nostre energie nel consumare, come se la vita fosse un terno banchetto romano in cui si mangia e si vomita per poter rimangiare.

Quel che è sorprendente è che facciamo ormai tutto questo con grande naturalezza, ognuno convinto che quello è il suo diritto. Non ci sentiamo in alcun modo parte del tutto. Al contrario. Ognuno si vede come un'entità separata, a sé; ognuno si sente forte del proprio ingegno, delle proprie capacità e soprattutto della propria libertà. Ma è proprio questo sentirci liberi, disgiunti dal resto del mondo, a causarci un gran senso di solitudine e di tristezza. Diamo per scontato solo quel poco che abbiamo attorno e con questo limitato punto di vista non riusciamo a sentire la grandezza del resto di cui siamo pur parte. I rishi direbbero che abbiamo perso il nostro <<collegamento cosmico>>, che siamo diventati come kup manduk, la rana del pozzo, protagonista di una vecchia storia indiana.

Un giorno, nel piccolo pozzo in cui una rana è vissuta tutta la sua vita salta una rana che dice di venire dall’oceano.
<<L'oceano? E cos'è?>>chiede la rana del pozzo.
<<Un posto grande, grandissimo>>, dice la nuova arrivata.
<<Grande come?>>
<<Molto, molto grande. >>
La rana del pozzo traccia con la zampa un piccolo cerchio sulla superficie dell’acqua:
<<Grande così?>>
<<No. Molto più grande.>>
La rana traccia un cerchio più largo.
<<Grande così?>>
<<No. Più grande. >>
La rana allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che è il mondo da lei conosciuto.
<<Così?>>
<<No. Molto, molto più grande>>, dice la rana venuta dall'oceano.
<<Bugiarda!>> urla kup manduk, la rana del pozzo, all’altra. E non le parla più.

 

Un altro giro di Giostra, Tiziano Terzani

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.