«E dire che è stato mio figlio!»

Raccolsi una volta tra i rifiuti una donna con una febbre da cavallo. Era in fin di vita e non cessava di lamentarsi:
«Mio figlio! È stato il mio stesso figliolo a gettarmi qui!»
La raccolsi e la portai alla casa. Ci volle molto prima che riuscissi a farle dire: «Sì, perdono mio figlio.»
Avvenne proprio pochi istanti prima che spirasse. Fu allora che disse convinta: «Sì, lo perdono!»
Non le importava di trovarsi negli ultimi momenti della sua vita. Non le importava - tale era l'impressione che dava - d'avere una febbre così alta. Pareva disinteressarsi dei suoi terribili dolori. Quello che le spezza il cuore era che suo figlio non lo amasse.
Credo che sia una cosa che sia io che voi dovremmo sforzarci di capire.

Una sera, a Calcutta, raccogliemmo alcuni pezzenti per la strada. Una di essi si trovava in condizioni particolarmente gravi.
Dissi alle sorelle: «Io mi occuperò di questa: voi accupatevi degli altri.»
Era già stata mezza mangiata dai vermi e dai microbi.
La presi sotto le mie cure, e naturalmente, le dedicai tutte le attenzioni che mi dettava il cuore. Quando l'adagiai sul letto, mi prese la mano e ma la strinse.
Sulle labbra, al contempo, aveva disegnato un bellissimo sorriso: forse, in vita mia, non ho mai visto un sorriso come quello sul volto di nessun altro essere umano.
Attraverso quel sorriso, così tenero e delicato, quella povera donna non riuscì a mormorare che una sola parola: «Grazie!»
E immediatamente spirò.
Mi fermai un momento a riflettere, senza distogliere gli occhi da quel volto ormai esanime.
Mi chiesi: «Al posto suo, che cosa avrei fatto?»
La mia risposta, silenziosa e sincera, fu questa: «Mi sarei sforzata di attirare su di me l'attenzione altrui. Avrei gridato: Ho Freddo! Oppure: Muoio di fame! O ancora: Non ne posso più! O qualcosa del genere. Ma questa donna straordinaria mi ha appena dato infinitivamente di più di quello che io ho dato a lei: mi ha dato la comprensione del suo amore.»
Così è la nostra gente!
Li conosciamo?
Può darsi che siano addirittura nelle nostre stesse case,
Vi è gente sola e abbandonata dapperttutto: lo sappiamo noi questo?

La mia vita

Anche tutto questo è l'India.

Anche tutto questo è Calcutta.

Anche questo farà parte del mio viaggio. Soprattutto questo.

Un viaggio tra "i poveri più poveri". Un viaggio dove ogni giorno respirerò la stessa polvere e calpesterò la stessa terra dove una piccola matita nelle mani di Dio, ha insegnato a tutti noi che cosa è l'amore, l'altruismo, il vivere al servizio degli altri e non per se stessi e, soprattutto, la gioia di un sorriso.

Che sia un esempio per tutti.

Agnes Conxha Boyaxhiu, nata a Skopje il 27 agosto 1910.

Meglio conosciuta come Madre Teresa di Calcutta.

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