Anni fa, leggendo le pagine della “Città della Gioia” di Dominique Lapierre, rimasi colpito da quelle parole che descrivevano l’amore dei più poveri tra i poveri. Rimasi affascinato dal coraggio di chi dona tutto al prossimo anche se non ha nulla.

In quel tempo decisi che un giorno sarei partito per l’India. Ho promesso a me stesso di prendere un aereo e andare a vedere con i miei occhi la sofferenza dei più poverei tra i poveri.

Spesso, qui in occidente, ci riempiamo la bocca di belle parole, profetizziamo l’altruismo dai salotti benestanti delle nostre case perfette, cullati e protetti dalla nostra vita agiata.

Parliamo di sofferenza e, per carità non fraintendetemi, anche qui da noi ci sono persone che soffrono e, nonostante tutto, donano il proprio sorriso agli altri.

Troppo spesso, però, qui da noi la sofferenza diventa il lamento di persone viziate. Persone che hanno ricevuto molto e che danno in cambio poco o nulla. L’egoismo del benessere che diventa cecità di fronte alla vera sofferenza.

Io, per primo, troppe volte mi son comportato da egoista, troppe volte ho messo la felicità del mio "io" al centro di tutto. Forse è proprio per questo motivo che viaggio nei paesi dove la povertà è la vita quotidiana.

Viaggio per non diventare cieco.

E, credetemi, spero con tutto il cuore, che al mio ritorno dall'India, la mia anima sarà meno ottusa e la mia mente più saggia.

Non critico chi preferisce il relax di una spiaggia e il lusso di un resort, sia ben chiaro. La mia è una scelta dettata dalla necessità di migliorare me stesso.

E, anche se i timori sono molti, non vedo l’ora di camminare tra la polvere e i rifiuti degli slum di Calcutta.

Non vedo l’ora di condividere esperienze sui lenti e affollati treni indiani.

Non vedo l’ora di essere lontano dal confort e dall’igiene a cui sono sempre stato abituato.

Non vedo l’ora di stare tra i poveri più poveri, non vedo l’ora di ricevere i lori sorrisi.

Non vedo l’ora di imparare la loro umiltà.

Non vedo l’ora di migliorare.

«Uno degli slum più grandi e più antichi di Calcutta si trovava in uno dei sobborghi, incastrato tra i binari della ferrovia, la strada di Delhi e due fabbriche, a quindici minuti a piedi dalla stazione dove era scesa la famiglia Pal. Non si sa se per incoscienza o per sfida, il padrone della fabbrica di iuta cha agli inizi del secolo aveva alloggiato gli operai su quel terreno acquitrinoso infestato dalle febbri, aveva battezzato il luogo Anand Nagar,  la “Città della Gioia”.»

«La città aveva cambiato i nostri occhi», racconterà l’uomo risciò. «Al villaggio scrutavamo il cielo per giornate intere, in attesa delle prime nuvole cariche d’acqua. Cantavamo e danzavamo, pregando la dea Lakshmi di fecondare i nostri campi sotto un benefico diluvio. A Calcutta, non c’era niente da fecondare. Le vie e i marciapiedi, le case, gli autobus, i camion, non possono essere fecondati dalla benefica acqua che fa spuntare il riso delle nostre campagne. Ciò non toglie che spiavamo i segni del monsone con impazienza ancora più febbrile che in campagna. Era per via del caldo tremendo che ti distruggeva, tanto da aver voglia a momenti di fermarti da qualunque parte, e di lasciarti morire.»

La città della Gioia, Dominique Lapierre

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