"Il Vietnam sta cambiando, tutto sta cambiando".

Nguyen, vietcong classe 1962, mi racconta malinconicamente il Vietnam moderno indicandomi un cantiere a Saigon, dove nel 2018 sorgerà una monorotaia sopraelevata che stanno costruendo i giapponesi.

"Vedi, Mr. Alex, i nostri ragazzi pensano a quello, ormai" mi dice osservando l'iPhone che ho tra le mani.  Il sogno è il modello americano, non lo dice apertamente, ma il tono delle sue parole, i suoi gesti e il suo sguardo sono inequivocabili.

"Quando ero bambino vivevo nel delta del Mekong e scappavo dalle bombe americane, ogni giorno. Perché? Per loro eravamo mal istruiti, dei poveri contadini ed eravamo comunisti. Ci chiamavano Vietcong, una minaccia per l'occidente, una pericolo da eliminare il più velocemente possibile".

La ferita è ancora aperta e il dolore ancora vivo. Lo capisco guardandolo negli occhi, quando con rabbia ci spiega a noi occidentali gli errori di una guerra sbagliata.

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Lo capisco quando, con orgoglio, ci parla di Hồ Chí Minh: "Lui era uno come noi, un contadino. Non era istruito." Ma ha difeso il Vietnam dall'invasione straniera, dopo anni di guerre ha ridato il Vietnam ai vietnamiti diventando il loro eroe. Giustamente, aggiungo io. Perché nonostante i miei ideali siano lantanissimi dal comunismo e da Hồ Chí Minh, difendere la propria patria e il proprio popolo deve essere un dovere, l'imperativo categorico  di un leader politico.

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Lo capisco mentre ci mostra i tunnel di Cu Chi, dove i vietcong combattevano e sopravvivevano sottoterra alle bombe dello Zio Sem. 
"Ora ho capito perché avete vinto la guerra" gli dico respirando affannosamente appena tornato all'aria aperta, dopo aver percorso solo 20 metri in un claustrofobico tunnel vietcong.

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Lo capisco quando incontriamo per strada troppe persone deformi che mendicano in città. "Tutta colpa dell' Agent Orange" mi spiega Nguyen, "il defoliante usato dagli americani su tutto il Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, per stanare i vietcong. Conteneva la diossina, il risultato è questo qui... "

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Lo capisco quando salutandomi mi ringrazia. Mi ringrazia perchè ho seguito con interesse il suo racconto, la sua testimonianza. Mi ringrazia perché sono venuto in Vietnam.

"Vedi loro", mi dice indicandomi quattro ragazzi americani del nostro gruppo, "a loro non interessa nulla di quello che dico....".

Quella ferita sanguina ancora.

Quella ferita non si rimarginerà mai.

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