Dietro un finestrino di una confortevole automobilina bianca, osservo lo scorrere veloce di una serie di baracche, arrabattate con fatica e sudore con materiali di scarto, recuperati chissà dove, un po’ qua e un po’ là.

Baracche disumane, assemblate con maestria indiana sul ciglio di una strada dissestata e fangosa, che unisce Jaipur, la città rosa, e Agra, dove il Taj Mahal si eleva dal suolo come in un sogno.

Mi chiedo come sia possibile accettare una vita simile. Mi chiedo come sia possibile vivere in quelle condizioni. Mi chiedo come sia possibile chiamarle  Casa.

Osservo con imbarazzo bambini mezzi nudi, ricoperti dalla polvere e con i piedi sporchi dalla povertà. Osservo i loro occhi, lucidi e grandi, smarriti, forse, in qualche sogno di prati verdi e specchi d'acqua limpida.

Osservo uomini, donne e bambini gagare per strada. Pisciare ovunque.

Mi si stringe il cuore.

Osservo madri con il volto rigato dalla fatica, fronti olivastre segnate dal torrido clima indiano, visi segnati dalle rughe della rassegnazione, l’amara verità di una quotidianità che qui da noi, in occidente, chiamiamo emergenza.

Osservo padri che trascinano senza emozioni il loro rickshaw, unica speranza per regalare un piatto caldo alla propria famiglia, alle persone che amano.

Mi chiedo come sia possbile respirare ogni santissimo giorno tra gli odori nauseabondi dei vicoli indiani. Mi chiedo, come sia possibile vivere nella merda, circondato dalle mosche e dall’immondizia.

Mi chiedo come diavolo fanno a sopportare tutto ciò.

L’India... questa è l'India.

"Ti rendi conto di dove cazzo sei?"

No. Non me ne rendo conto, almeno non subito. L’India ti toglie qualsiasi certezza. Quello che dai per scontato, un divano, una TV, un letto morbido dove riposare, un bagno profumato, qui è utopia, un sogno irrealizzabile.

L’India ti cambia. Non puoi rimanere distaccato, non puoi fare finta di niente.

Non puoi.

Cazzo, non puoi.

No, non puoi accettare tutto questo.

Vaffanculo.

Agra, India. Lunedì 20 Agosto 2018.

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